Chirurgia Estetica: Medicina dell’Effimero o Psicochirurgia? Il Nostro Dialogo con la Psicologa

Negli ultimi anni, accanto alla crescente richiesta di Chirurgia Estetica, si è fatto strada il pensiero che questa sia sempre associata alla ricerca del futile e dell’effimero, complici i Mass Media e, Ahinoi, alcuni comportamenti di addetti al settore più votati al commercio che alla cura della persona.

Al contrario, chi interpreta la nostra amata Disciplina Medica come una vera e propria Psicochirurgia, sperimenta ogni giorno il dolore, più o meno profondo, con cui i pazienti approcciano alla propria corporeità, con costante alimentazione di conflitti che investono la vita sociale come quella intima, anche di coppia.

Tale rapporto conflittuale con se stessi, ci porta quotidianamente a essere testimoni di storie e depositari di segreti di donne e uomini che temono di denudarsi, in qualsiasi senso lo si possa intendere.

Ph.: Ali Yahya from unsplash.com

Il corpo è  oggi sempre più inconsciamente concepito come un contenitore di esperienze positive e negative in grado di influenzare enormemente l’autostima, le relazioni, la gestione della vita quotidiana.

In questo contesto riflessivo ed esperienziale, circa 6 anni fa nacque l’esigenza di affiancare alla nostra vita professionale una figura in grado di accompagnarci verso una cura a 360 gradi della persona, alla ricerca di strumenti in grado di aiutare verso un dialogo più positivo tra mente e corpo.

L’amicizia decennale che ci lega ad un’amica psicologa-psicoterapeuta, una grande professionista, da sempre testimone del nostro approccio chirurgico orientato verso l’introspezione, si è naturalmente inserita nel nostro contesto professionale, consentendoci di strutturare il nostro modus operandi professionale verso quella che definiamo ancora una volta come una vera e propria Psicochirurgia.

La Dottoressa Francesca Cadeddu ci ha accompagnato, inizialmente, mediante lo strumento della Supervisione, ovvero la discussione di casi clinici che di giorno in giorno affrontavamo nei nostri studi. Dato il successo dell’approccio, abbiamo successivamente e naturalmente deciso di implementare la pratica quotidiana con una Consulenza Psicologica obbligatoria su tutti i pazienti candidati ad intervento di Chirurgia Estetica.

Accanto alla naturale propensione Artistica ed Estetica del Chirurgo Plastico, che desidera incrementare il bello esteriore, come l’artista fa con le sue creazioni, esiste e ci auguriamo esista sempre, il desiderio di agevolare il radicamento del bello interiore, del benessere psicofisico, non solo attraverso il bisturi, ma anche mediante una sana Relazione Terapeutica improntata alla Psicoeducazione, al rispetto di sé e del proprio vero “Sé”, all’accettazione dei propri limiti fisici e cronologici, al riconoscimento dei veri modelli e delle proprie risorse, all’interesse unico, precipuo e “disinteressato” per il paziente.

A proposito di ciò, abbiamo pensato di proporre a chi vuol saperne di più sui Risvolti Psicologici della Chirurgia Estetica, il punto di vista della Psicoterapeuta, Francesca Cadeddu, interrogandola su alcuni aspetti peculiari del paziente che approccia alla Chirurgia Estetica.

 

Di Alessandro Gallo ed Antonello Mele

Dott. Alessandro Gallo, Dott.ssa Francesca Cadeddu e Dott. Antonello Mele.

Baker Gordon Symposium – Simposio di Chirurgia Estetica

Miami

 

Dottoressa Cadeddu, in che modo oggi i media influenzano l’immaginario rispetto al corpo?

Da terapeuta sistemico-relazionale non posso esimermi dal fare una valutazione a livello macrosistemico.

Considerando il contesto da un punto di vista sociologico mi rifaccio a Bauman, che ha coniato il termine “società liquida” per descrivere la mancanza di punti di riferimento, che contraddistingue la società post moderna e la mancanza di identità comunitaria.

 

Liquid Soul

Calis (aka Francesco Ferrandicco)

olio su acrilico su cartone, cm 50 x 70 

 

Questa lettura della società degli ultimi anni vede un individuo fragile, privo di punti di riferimento stabili, al quale non rimane che aggrapparsi alla ricerca dell’apparire, ad una soggettivizzazione.

Questa spasmodica ricerca cela in realtà un bisogno più profondo dell’essere umano, che è quello di essere visto, nel senso di essere sentito, di entrare in contatto con l’Altro.

La nostra epoca è stata definita post-narcisistica; attraverso l’apparenza, l’autocelebrazione l’individuo cerca disperatamente il contatto con l’altro, ma si sente intimamente inadeguato.

E’ interessante vedere come i nuovi media, mi riferisco in particolare ai social, creino un’immagine del corpo che si distacca dall’essere biologico del corpo stesso. La tecnologia è responsabile dello spostamento dei confini dell’ Io psicologico al di là della pelle e del corpo. E’ sui social che si sviluppa la propria identità, anche la propria identità corporea, in base a modelli che rappresentano il culmine dei valori sociali della società post-moderna: la perfezione, il potere, il controllo.

                                                                                 

Destrutturazione in blu (autoritratto)

Calis (aka Francesco Ferrandicco)

olio su acrilico su cartone, cm 50 x 70

Nella società dei consumi il corpo diventa esso stesso bene di consumo. Le immagini di vite e corpi perfetti che ci arrivano dai social non appartengono più soltanto a modelli inarrivabili di star del cinema o della moda: i filtri di instagram creano immagini corporee perfette, satinate, che si confondono e si sovrappongono con quelle biologiche, creando una distorsione dell’immagine reale e realistica di Sé.

Tutto questo è estremamente interessante, soprattutto se lo riportiamo al nostro campo, la Chirurgia Estetica. Quale la relazione tra questo Modello Sociale e la nostra particolare e moderna Branca Medica?

Talvolta i giovani, ma sempre più spesso anche i più adulti, hanno la percezione che il bisturi possa funzionare come uno strumento di Photoshop ed approcciano alla Chirurgia Estetica portando un’idea di corpo desensibilizzato, come fosse un contenitore da plasmare, dove le singole parti del corpo sono vissute in maniera dissociata, non integrata. Tutto ciò mi fa pensare alla mancanza di integrazione e alla fragilità del Sé (vedi labbra sempre più gonfie dove l’estetica sembra perdere l’armonia e la continuità tra le parti di un volto), che caratterizza la nostra società.

Pensi allora che la Chirurgia Estetica alimenti l’ossessività verso il corpo e l’apparire? (La domanda è intenzionalmente provocatoria…ndr)

Tutt’altro, l’evoluzione in questo campo è la risposta ad un bisogno…

Il progresso medico e scientifico non può essere ignorato. Oggi è possibile apportare delle modificazioni estetiche al corpo attraverso la chirurgia estetica… e questo deve essere considerato un traguardo!

Esiste ancora una dicotomia nella società, da una parte il bisogno di demonizzare l’intervento estetico, un bisogno che talvolta sottende sentimenti di invidia celati alla coscienza, dall’altra quella parte della società che decide di usufruire dei progressi medico-scientifici anche in questo campo.

La chirurgia estetica è una risorsa se utilizzata con consapevolezza, sia da parte del chirurgo, che da parte del paziente.

Se potessi sintetizzare in poche parole gli elementi salienti di questa tua esperienza professionale alle prese coi nostri pazienti, quali sono le prime considerazioni che ti sentiresti di condividere? 

In questi anni ho avuto la possibilità di osservare i cambiamenti psicologici di centinaia di donne e uomini che hanno deciso di sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica al fine di correggere  una parte del loro corpo che creava un disagio, più o meno importante. La risposta psicologica spesso non risiede unicamente nel raggiungimento del risultato da un punto di vista estetico, ma anche e soprattutto nella percezione di autoefficacia esperita nel portare a compimento il proprio desiderio.

Ultimamente vedo molti pazienti, soprattutto donne, che arrivano a questa decisione in momenti in cui la loro vita ha subito una ristrutturazione, a seguito di una presa di posizione propositiva, alla mobilitazione di risorse personali per l’autoaffermazione. Questi sono i casi in cui il beneficio che può avere l’intervento è maggiore e duraturo nel tempo.

Al contrario, vi sono i casi in cui i pazienti hanno verso l’intervento aspettative di tipo riparativo rispetto a questioni che riguardano altri aspetti della vita, la qual cosa può portare ad una delusione, così come nei casi in cui le aspettative sono irrealistiche e le motivazioni peccano di consapevolezza. Trattasi di casi in cui non è opportuno operare o, quanto meno, si rende necessario uno studio psicologico più approfondito.

Concordiamo con te su questi aspetti. Pertanto, secondo te, cosa ha a che vedere la Salute con l’Estetica?

A mio avviso la Chirurgia Estetica deve essere necessariamente un intervento che ha senso in termini di salute.

Un intervento di tipo Estetico può essere in grado di portare un miglioramento nello stato di benessere globale della persona, se vi sono le indicazioni e se il paziente è correttamente selezionato e studiato.

Oggi l’OMS definisce il concetto di salute non soltanto come assenza di malattia ma come uno stato di benessere globale della persona e quindi anche psicologico.

Perché questo avvenga ci devono essere dei presupposti imprescindibili.

Qual è il tuo approccio verso la valutazione di idoneità di un paziente candidato ad Intervento di Chirurgia Estetica? Come valuti da un punto di vista psicologico se un intervento di tipo Estetico potrà portare un vantaggio Psicologico ad una data persona?

I presupposti di cui parlavo sono gli aspetti che indago maggiormente durante i colloqui con i candidati a questo tipo di interventi.

Il primo spartiacque tra i pazienti in grado di godere dei benefici del cambiamento estetico e quelli in cui invece non è auspicabile, è l’assenza di condizioni che interferiscano in maniera patologica nella percezione mentale dell’immagine corporea (disturbo dismorfofobico).

Inoltre,  deve essere attentamente indagata la motivazione, perché in maniera più o meno esplicita e più o meno consapevole può celare la volontà di appagare il desiderio di un partner, ad esempio, e questo può portare a vivere in maniera poco appagante il cambiamento. Oppure la motivazione può essere legata ad aspettative incongrue sia rispetto al possibile risultato, sia rispetto all’esigenza di affidare al cambiamento fisico un potere magico, di cura rispetto ad altri aspetti della vita.

Potresti soffermarti maggiormente sull’immagine corporea, aspetto psicologico per noi fondamentale?

Tornando all’immagine corporea è necessario fare Psicoeducazione sul funzionamento di questo costrutto, perché il paziente abbia maggiore consapevolezza.

Quella del corpo è la più ambigua delle percezioni. L’esperienza corporea è la più fragile delle esperienze.

Il nostro corpo è vivo, attraversato dalle emozioni,  e di esso noi abbiamo un riflesso, un immagine mentale, sempre mutevole e prospettica, non solo in senso fisico.

E’ attraverso il corpo che si manifesta l’intersoggettività, la tensione verso l’altro!

Quando il vissuto rispetto al proprio corpo è problematico lo è anche la relazione con l’Altro.

Una donna che vive con vergogna il proprio seno si sentirà inibita nella sua vita intima.

Il senso di sicurezza e di benessere che deriva al seguito di una mastoplastica additiva è tangibile in queste donne.

 

 

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